SANDRO GOZI: TORTORA, CRESPI E LA GIUSTIZIA CHE NON SI VEDE

Sandro Gozi, onorevole Pd ma soprattutto un caro amico e grande sostenitore della mia causa quando ero in carcere, ha scritto oggi un editoriale sul quotidiano Europa che ripercorre la mia vicenda e i passi che mi hanno portato a girare il documentario “Tortora, una ferita italiana“. Ecco la versione integrale dell’articolo:

Il caso di Ambrogio Crespi ha incrociato la mia vita proprio l’anno scorso di questi tempi. Mi colpì fortemente la passione con la quale in molti lo difendevano. Eppure il 10 ottobre, giorno del suo arresto, sembrava l’epilogo consueto di tanti casi uguali al suo, dove alcune persone si trovano spesso in un confine tra politica e malavita che da troppo tempo segna il costume del nostro paese. Io non conoscevo Ambrogio Crespi.

Forse avevo sentito parlare qualche volta di suo fratello che, pure, non conoscevo personalmente. Ho quindi deciso di approfondire, di chiedere, di domandare, fino a convincermi della sua estraneità. Non voglio dire che Ambrogio è innocente perché non conosce la persona a cui avrebbe portato i voti.

Ma non conosce nemmeno quelli che, intercettati, hanno dichiarato che fosse lui a portare i voti. Non voglio difendere Ambrogio con le tante anomalie che riguardano il suo caso. Caso tipico di un errore giudiziario all’interno  di un’indagine della Dia di Milano peraltro solida e ben costruita. Però casi di omonimia, tesi bizzarre, si moltiplicano nella vicenda di Ambrogio Crespi che ha passato 65 giorni in isolamento dei 200 di carcerazione preventiva. Una vita. E soprattutto, un errore di cui possiamo essere vittima tutti noi cittadini. E sono molti, troppi, gli innocenti che si trovano nelle stesse condizioni di Ambrogio, senza avere la stessa possibilità di far conoscere il proprio caso all’opinione pubblica.

Ma la cosa che mi ha colpito di Ambrogio, quando era in carcere, è stato il rifiuto perentorio di candidarsi alle elezioni politiche di febbraio: questo gli avrebbe consentito di ottenere la libertà, e quel no coraggioso avveniva dopo quattro mesi di carcerazione preventiva. Dopo quattro mesi disse: «No, sono entrato da cittadino, e voglio uscire da cittadino».

Se penso che Ambrogio ha solo qualche anno in meno di me e che a casa lo aspettava un bimbo di pochi mesi, mi chiedo quale voglia di resistere e di battersi per la giustizia si scateni quando si è convinti di essere vittima di errori giudiziari. In quelle parole e in quella battaglia ho trovato una straordinaria fiducia nella giustizia. Una fiducia più forte della mia. E che questa smisurata fiducia nella giustizia animasse Ambrogio dopo quattro mesi di carcere l’ho trovato un dono straordinario, un atto di fiducia che non può essere dimenticato.

Dopo 200 giorni, il gip smontando le accuse, gli ha restituito la libertà col parere positivo del pubblico ministero  e ho avuto il piacere di conoscere solo in quel momento Ambrogio Crespi; quello di cui mi ero convinto ascoltando chi lo difendeva è diventato una certezza ferma e assoluta dopo avergli parlato.

Ed è anche il caso di Ambrogio che mi ha spinto a presentare varie proposte per riformare la giustizia italiana, anche riprendendo le battaglie dei Radicali italiani. Tra queste, la più urgente è forse proprio quella sulla custodia cautelare. Se vogliamo fare veramente qualcosa di concreto per la giustizia dobbiamo finalmente prendere le misure necessarie per impedire, a 30 anni dal caso Tortora, che queste ingiustizie continuino a colpire gli italiani.

Ambrogio lo ha fatto: non ha solo dimostrato forza personale e fiducia nella giustizia. Ma un senso della responsabilità civica raro nel nostro paese. è uscito infatti dal carcere profondamente ferito e ha utilizzato in maniera straordinaria una medicina che ha dato senso anche alle sue sofferenze: ha messo in gioco il suo talento, la sua competenza e non ha raccontato la sua storia, ma ha raccontato la storia nella quale in fondo più di tutti si identifica, quella di Enzo Tortora, che a distanza di trent’anni dal suo arresto e venticinque dalla sua morte è stata la vera medicina, la vera cura che ha risanato la ferita nell’animo di Ambrogio restituendolo con tutta la sua energia, e la sua vitalità agli amici, alla famiglia e a chi lo conosce e gli vuole bene.

Il film io non solo l’ho visto, ma l’ho visto fare. È emozionante, vibrante, serio e la sua esclusione dal Festival del Cinema di Roma è un fatto inaccettabile, un perpetrare la condanna non solo a Tortora, ma ai tanti Tortora che dopo Enzo si sono susseguiti nel nostro paese.

* Fonte Europa

 

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