L’OPINIONE: IL DUCUFILM SU TORTORA SCARTATO DAL FESTIVAL

 

Un documentario commovente, pieno di ritmo, con interviste ai protagonisti dell’epoca che ancora oggi piangono Enzo Tortora e la “ferita italiana” non ancora rimarginata. Ma gli spettatori della sezione documentari del “Festival del cinema di Roma”, quasi tutti prodotti da “Rai cinema” e quindi super sponsorizzati a prescindere, non potranno vederlo. Forse perché il regista Ambrogio Crespi non è abbastanza raccomandato.

O forse perché dato il livello apparentemente non straordinario degli altri titoli in concorso, e fuori, almeno a giudicare dalle trame, non ci sarebbe stata storia nell’assegnazione dei premi. Il livello della sezione documentari in effetti sembrerebbe troppo basso per un docufilm del genere. Che anzi a dirla tutta non poteva davvero confondersi con titoli come “Fuoristrada” di Elisa Amoruso, cioè la storia di un pilota e meccanico di macchine da corsa che diventa donna e si sposa in nozze gay con Marianna, una badante rumena. O con la solita polpetta indigeribile sul movimento dei pastori sardi, oltretutto ambientata nel 2010 ai tempi della loro protesta ormai rientrata, così come ce la propone Paolo Carboni con il suo “Capo e croce, le ragioni dei pastori”.

Per non parlare di ben due documentari fuori concorso su Federico Fellini che vanno a intasare le commemorazioni per i vent’anni dalla morte del grande regista italiano. In pratica dei dieci documentari, sette in concorso e tre fuori, che verranno visti dai soliti quattro gatti amanti del genere al Festival del cinema di Roma, ben sette sono stati prodotti da “Rai cinema”. Ma ci sono seri dubbi che possa parlarsi di una produzione d’essai e che questi titoli abbiano un destino nelle sale. Appaiono in realtà destinati alla seconda serata su canali tematici come “Rai movie” e nella migliore delle ipotesi chi non li vedrà a Roma dall’8 al 17 novembre potrà forse sperare di ripescarli per caso in orari per insonni nei prossimi due anni.

Rimane invece il mistero sul perché dell’esclusione del documentario su Tortora, basato su interviste e testimonianze dei protagonisti di quel fatto di malagiustizia italiana di cui peraltro proprio quest’anno ricorre il trentennale. E sono passati anche 25 anni dalla morte tragica di un uomo che rappresentò con la propria icona il degrado del diritto in Italia, di cui ancora molto si parla in questi giorni nei dibattiti politici sull’amnistia e sulla responsabilità civile dei magistrati. Ma queste commemorazioni non hanno fatto breccia su Muller e su chi decide quale minestra si debbano sorbire i romani notoriamente di bocca buona, dato che in genere tutto il Festival è sempre stato di serie B.

Forse non è piaciuto “politicamente” che il docufilm di Crespi sia pieno delle testimonianze dei radicali vecchi e nuovi, da Pannella a Mauro Mellini, da Rita Bernardini a Giandomenico Caiazza? O forse ha dato fastidio la figura dell’ottimo giurista ed ex primo presidente della prima sezione penale della Cassazione, Corrado Carnevale, la cui giurisprudenza salvò in secondo grado Tortora dalla conferma dell’infame condanna subita in primo grado? Vallo a sapere.

Ma probabilmente non tutto il male viene per nuocere. Perché il documentario su Enzo Tortora, se pure non sarà visto nella sezione documentari del Festival del cinema di Roma, avrà sicuramente un destino migliore in sala. E chi lo ha visto come il sottoscritto non ha dubbi che qualche produttore lungimirante lo comprerà e qualche esercente di sala correrà il rischio di metterlo in programmazione.

Fonte L’Opinione

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