L’INTERVISTA DEL GARANTISTA A MARMO E IL DOCUFILM SU TORTORA PER ROMPERE IL MURO DELLA MALAGIUSTIZIA

Ho conosciuto la vicenda di Enzo Tortora come tanti italiani. Io ero giovane quando fu arrestato, e la sua storia ha rappresentato nella mia adolescenza la presa di coscienza di un fatto di cronaca importante. La sua presenza mi ha accompagnato in tutti questi anni come un filo conduttore, come l’archetipo di un grande torto subito, ma devo ammettere che all’inizio la sua vicenda non era entrata nella mia anima.

Solo in un secondo momento, quando anch’io sono stato vittima di una vicenda drammatica, ho sentito Enzo Tortora molto vicino; la sua storia mi è entrata dentro e ho sentito che avrei dovuto fare qualcosa. Da radicale ho sposato questa battaglia che è stata già di Marco Pannella e di Rita Bernardini, che negli anni sono rimasti attaccati alla memoria di Tortora e hanno combattuto in ogni momento nel suo nome e nel nome della giustizia, della dignità e della libertà.

È stato per me un fatto naturale mettere il mio talento a disposizione di questa vicenda e “Enzo Tortora, una ferita italiana” è frutto di questi sentimenti. La forza di questo docufilm credo che sia quella di aver unito la storia, l’inchiesta giornalistica, i documenti e il dibattito con i protagonisti di quegli anni intervistati oggi. Questa penso possa essere la chiave del successo che, ad esempio, altri film sul tema non hanno avuto. Il tutto, messo insieme in 60 minuti da chi, come me, fa spot e pubblicità da tutta una vita.

Con le parole di Diego Marmo, raccolte nell’intervista al Garantista, sento che finalmente è iniziato a cambiare un intero sistema. Era già successo con il docufilm: portandolo in giro per l’Italia e per l’Europa, alla Camera e al Parlamento Europeo ho visto che le coscienze di tutti quelli che lo hanno visto si sono smosse. Ora, dopo 31 anni, sta iniziando un vero cambiamento. Tanto l’intervista quanto il docufilm sono due passaggi importantissimi per il nostro paese, che molto deve a Tortora. Un uomo il cui esempio è un bene preziosissimo.

La battaglia però non si ferma qui, anzi. Dobbiamo continuare a rimanere al fianco della magistratura giusta; di quei magistrati che leggono le carte, che studiano, che lavorano con passione per affermare la giustizia, sapendo che decidono della vita delle persone. Dobbiamo rifiutare con forza chi usa l’arroganza, la presunzione e poi esulta, dopo aver colpito senza pietà, nella certezza di rimanere impuniti, rivendicando una presunzione di infallibilità e sacrificando a essa la vita di uomini innocenti.

Come diceva Tortora, bisogna dare voce a chi la voce non ce l’ha, a chi non può pagare gli avvocati, a chi è chiuso “in quattro passi”, nelle celle, abbandonato in un inferno, che diventa “lunare” per un innocente, dandogli l’impressione che gli stia scoppiando dentro “una bomba”.

Enzo Tortora e Marco Pannella

Oggi, con il film e con l’intervista a Marmo, tracciamo un cammino di speranza: in entrambi i casi c’è di fondo il coraggio di affrontare e cercare un cambiamento. E questo coraggio lo deve dimostrare anche il nostro paese, ora più che mai, dopo le scuse di Marmo: sono arrivate tardive, e capisco che la famiglia non le accolga. È un dolore difficile da perdonare. Ma nel leggerle io ho trovato uno spiraglio di luce, una speranza.

Certo non sono sufficienti a ridare la vita a un uomo, Tortora, che è stato distrutto, ucciso dalla malagiustizia… ma non possiamo cedere alla negatività. Non è mai troppo tardi: Marmo è il primo Pm che a mia memoria abbia chiesto scusa e questa deve essere un’occasione. Lui che rappresenta cinquant’anni di storia della magistratura italiana, può fare delle sue parole un segnale per tutti quei giovani che vogliono intraprendere la sua stessa strada. Queste scuse oggi sulla carta stampata, diventino un Valore.

Si deve fare un passo in più, e chi ha accesso ai canali di comunicazione deve cercare di dare spazio a questa battaglia. Fino ad ora se la sono intestata i Radicali, ma deve essere una battaglia di tutti; non deve essere politicizzata, non c’è destra o sinistra che tenga. Tutti insieme, stampa, televisioni e media in generale dobbiamo impegnarci per tirare giù questo muro che si chiama “malagiustizia”. Rimanendo al fianco della buona giustizia, portandola sotto i riflettori, premiando l’eccellenza: solo così possiamo cambiare o per lo meno provare a cambiare, questo potere, in mano a pochi, di decidere quando e come vogliono della tua vita. Non dobbiamo più tollerare chi cerca di giustificare o difendere a tutti i costi un errore.

Lo dice anche il giudice Pititto nel docufilm: è giusto che anche i giudici, se sbagliano, se mancano nella loro principale funzione di controllo e verifica, paghino.

Tutto questo per dire che ringrazio “Il Garantista” per aver sigillato questa storia con la sua intervista. Assieme al docufilm sicuramente rimarrà impressa e passerà alla storia: così che anche i nostri figli e i nostri nipoti possano imparare a conoscere la storia di un uomo, Enzo Tortora, che ha scelto di parlare per chi non poteva. Anche se questo non darà ristoro alla sua famiglia e non ridurrà di un millimetro il loro dolore.

Tratto da: Il Garantista

Login

Welcome! Login in to your account

Remember meLost your password?

Lost Password