LA CENSURA DI MULLER. ENZO TORTORA CONDANNATO DUE VOLTE

Di Sandro Gozi* – In Italia esistono pochi temi controversi come quello della giustizia. Eppure, a 30 anni dal caso Tortora e dopo 20 anni in cui abbiamo straparlato di giustizia senza riformarla, la in-giustizia italiana è sempre più grave. E ne paghiamo le conseguenze tutti noi. Perché?

Sempre per gli stessi motivi, anzi per gli stessi demoni: berlusconismo e antiberlusconismo.

I berlusconiani hanno preso in ostaggio il dibattito sulla giustizia impedendo di fatto qualsiasi riforma sulla giustizia. E alcuni a sinistra si sono impossessati, anzi fatti possedere, da uno slogan tipico della destra: “tutti in galera”. A ogni buon fine, in galera anche prima della condanna! Anche se poi la metà di questi vengono dichiarati innocenti… Così, in Italia i detenuti in atte­sa di giudizio sono il doppio della media europea. Un vero e proprio abuso, tutto italiano, della custodia cautelare.

Chi ci ha guadagnato? Berlusconi senza dubbio, i suoi avvocati altrettanto per non parlare della popolarità dei giornalisti forcaioli e giacobini per professione. Fatto sta che oggi ci ritroviamo con le lancette ferme da una ventina d’anni: niente è successo, e niente è cambiato. Anzi, qualcosa forse è cambiato, ma è cambiato in peggio: sono peggiorate – e di molto! – le condizioni delle persone che si trovano in carcere. Ecco la grande novità del documentario sul caso Tortora di Ambrogio Crespi, ingiustamente escluso dal Festival del cinema di Roma:  farci ricordare quanto l’Italia non sia cambiata dal dramma di Enzo Tortora, quanta ingiustizia ci sia ancora oggi nel nostro Paese, senza mai accennare, neanche per sbaglio, neanche una sola volta, al caso Berlusconi.

Straordinario per il dibattito italico! Tra omonimia, tesi bizzarre e una legge italiana sulla custodia cautelare abusata troppo spesso da troppi giudici, Ambrogio Crespi ha passato 65 giorni in isolamento dei 200 di carcerazione preventiva. Una vita. E soprattutto, un errore di cui possiamo essere vittima tutti noi cittadini. E sono molti, troppi, gli innocenti che si trovano nelle stesse condizioni di Ambrogio, senza avere la stessa possibilità di far conoscere il proprio caso all’opinione pubblica.

Ambrogio durante la sua detenzione ha sempre dichiarato e dimostrato di avere fiducia nella giustizia.

Da cittadino con grande senso civico, vittima di errore giudiziario, ha voluto mettere in gioco il suo talento, la sua competenza non per raccontare la sua storia, ma per raccontare la storia nella quale in fondo più di tutti si identifica, quella di Enzo Tortora. Una storia a distanza di trent’anni dal suo arresto e venticinque dalla sua morte è stata la vera medicina, la vera cura che ha risanato la ferita nell’animo di Ambrogio.

Ecco perché abbiamo denunciato l’esclusione del film dal Festival di Roma. Ed ecco perché non riguardano tanti di noi le critiche rivolte “alla politica” da parte di chi ci ricorda che il nostro dovere è cambiare le leggi e non solo ricordare il caso Tortora o denunciare i tanti casi simili che si sono succeduti da allora nel nostro Paese.

Non ci riguarda perché abbiamo presentato varie proposte di riforma della custodia cautelare e ne stiamo discutendo proprio ora alla Camera. Alcune sono piccole modifiche alla legislazione attuale che temo cambierebbero poco. Altre, come quella che porta la mia prima firma, mirano in sostanza a fare della carcerazione preventiva la soluzione del tutto eccezionale e residua, restringendo veramente i margini di discrezionalità del giudice e spingendo a privilegiare sempre misure alternative, come gli arresti domiciliari, le cui modalità vengono rese più restrittive.

La custodia cautelare dovrebbe essere disposta nei casi di pericolo concreto e attuale di reiterazione di reati della stessa specie per il quale l’indagato è già stato condannato e limitata ai delinquenti abituali, professionali o per tendenza.

Dobbiamo infatti reprimere i troppi abusi nel ricorso allo strumento della carcerazione preventiva e allo stesso tempo contribuire anche a ridurre il disumano e illegale sovraffollamento delle carceri italiane.

Del resto, la custodia in carcere in Italia non è più cautelare, ma una vera e propria condanna preventiva, con evidente violazione del principio costituzionale della non colpevolezza.

Certamente, con la nostra riforma si toglierebbe una bella fetta di potere discrezionale al giudice. E per questo i rappresentanti dell’Anm ascoltati alla Camera ci si sono subito scagliati contro. Noi dobbiamo andare avanti: la giustizia non si riforma assecondando il sindacato dei magistrati, ma soddisfacendo l’interesse generale e prevenendo gli abusi di cui sono vittime troppi individui.

E proprio perché le resistenze a riformare la giustizia sono fortissime, per averne una pili giusta, più moderna, più conforme agli obblighi costituzionali, europei e internazionali, vogliamo che documenti come il film Tortora, una ferita italiana possano venire conosciuti e diffusi. Perché abbiamo bisogno anche dell’impegno civico e artistico per svincolarci dagli interessi di uno o di una parte.

No, noi non vogliamo più stare a guardare. Vogliamo che tutti possano vedere il film per guardare in faccia le ingiustizie e le vergogne italiane. Anche cosi potremo rendere l’Italia un Paese più giusto e civile.

*Articolo pubblicato su “Gli Altri” dell’08/11/2013

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