ITALIA24NEWS: GIUSEPPE PITITTO: IL DOCUFILM SU TORTORA DI AMBROGIO CRESPI DIMOSTRA CHE L’IPOCRISIA UCCIDE L’ITALIA

Leggendo le cronache sui giornali dopo l’esclusione del docufilm “Enzo Tortora, una ferita italiana” di Ambrogio Crespi, prodotto dal Gruppo Datamedia, dall’ultima edizione del festival del cinema di Roma, l’ex pm del caso Ilaria Alpi e attuale giudice presidente di sezione in corte d’appello, Giuseppe Pititto, che è uno degli intervistati presenti nella pellicola, dice di avere maturato una convinzione: “L’ipocrisia e l’eufemismo istituzionale stanno uccidendo il paese”. Cioè l’Italia. Ed è la stessa sensazione che dice di avere provato quando due anni fa, all’uscita del suo primo romanzo giudiziario, “Il grande corruttore”, si sentì criticare sui social network in questa maniera: “ma può un magistrato scrivere simili cose?”

Quale era stata in quel caso la sua colpa, giudice Pititto? Che quel libro non aveva un lieto fine. Ed era sprezzante con le passerelle delle istituzioni, politiche o in toga, cui io stesso avevo spesso assistito nella realtà del mio stesso lavoro.

Quindi le si rimproverava mancanza di diplomazia? “Io la chiamerei ipocrisia, ed è quella che insieme a questo eufemismo che si dovrebbe usare ogni qual volta ci sono di mezzo delle istituzioni, sta uccidendo il paese.

Lei ha visto il docufilm “Enzo Tortora, una ferita italiana” diretto da Ambrogio Crespi, immagino, visto che ne faceva parte? Assolutamente sì e mi è piaciuto. In esso ho anche trovato, guardando quello che avevano detto le altre persone intervistate, la conferma alle mie stesse convinzioni. Soprattutto il titolo è giusto: quella di Tortora resta una ferita alla giustizia italiana oltre che alla stessa persona di Tortora.

E allora secondo lei perché un’istituzione culturale come il festival del cinema di Roma aveva bocciato già in preselezione il docufilm del regista Ambrogio Crespi? Premesso che da giudice non faccio processi alle intenzioni, la mia impressione si riallaccia a quello che dicevamo prima. C’è un malinteso senso di “carità di patria”, che va dalle istituzioni culturali a quelle politiche e giudiziarie e che fa sì che non si parli mai dei veri problemi. Si tende a rimuovere. Ma così facendo il festival ha sicuramente dimostrato una scarsissima sensibilità per un gravissimo episodio di malagiustizia la cui consapevolezza andrebbe invece in ogni maniera favorita. Il caso di Enzo Tortora meritava di essere protagonista di una sezione di quel festival, come di altri.

Rispetto al suo libro, lei dice che il lettore su internet si dichiarava stupito, però il suo sguardo sulla quotidianità politica e giudiziaria italiana mostra in effetti uno sguardo quasi cinico di un addetto ai lavori. O no? Mi rendo conto che la cosa appare dissacratoria, alla fine il crimine trionfa. Ma non è quello che accade in Italia nove volte su dieci? Se io “dissacro” le istituzioni è perché le amo.

E quindi? In compenso andrebbe detto che sta diventando veramente insopportabile una comunicazione istituzionale fatta di passerelle, “foto opportunities” e talvolta bugie belle e buone. Tutto ciò si chiama ipocrisia, non dovrebbero essere gli uomini delle istituzioni a favorirla.

Lei lo crede davvero? Certo, perché alla fine, come dicevo prima, questa ipocrisia si ritorce contro, crea rancore sociale e sta distruggendo tutta l’Italia, a cominciare proprio dalle istituzioni. Quando ho scritto quelle cose nel mio libro uscito nel 2011, quella storia immaginaria di una giornalista fatta uccidere da un ministro tramite i servizi deviati italiani in missione in un paese straniero, la situazione italiana era persino migliore di quella attuale. Purtroppo sono stato profetico.

Fonte Italia-24News

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