INCUBO INFINITO PER UN ESERCITO DI INNOCENTI

«In carcere, in un’umanità brutalizzata, devastata dalla rabbia, dal rimpianto, dall’impotenza, mi sono fermata, mi sono recuperata». Difficile leggere le parole di una donna chiusa nell’incubo di cemento di un penitenziario femminile. Avrei voluto leggere altro, nel racconto di Chiara Schettini, prima donna giudice arrestata: non di una detenuta incinta che vomita sangue o di un’altra che ha una croce nera sulla pancia, ma di donne che si riaffacciano alla vita. Il carcere dovrebbe essere un luogo di recupero, dove sconti la tua pena: ma quale pena devono scontare le migliaia di vittime della carcerazione preventiva che da innocenti hanno vissuto questo incubo?

Ti prendono, ti chiudono in una cella – colpevole o innocente, non fa differenza – e ti trattano come un numero. Senza diritti, senza cure mediche, senza l’amore dei tuoi familiari. Ti fanno scontare pene aggiuntive che non troverete mai sul codice penale.

In Italia è così. E dopo decenni di solitarie lotte radicali, le condanne europee non scalfiscono la coscienza della politica e non suscitano lo sdegno unanime che dovrebbero.

Ho vissuto anch’io il «vuoto assoluto» che ha provato Chiara, per una vicenda che solo oggi appare finalmente surreale. Come lei, ho incrociato gli occhi di mio figlio che sapevo non avrei rivisto più per parecchio tempo.

Anche per me quei 200 giorni sono trascorsi lenti e pieni di dolore, ma non mi sono fatto inghiottire dalla rabbia, dal rancore. In quei giorni bui ho conosciuto Enzo Tortora: la sua storia è stata l’antidoto. Si è trasformato in un docufilm quando sono tornato alla mia vita e al mio lavoro.

È iniziato così il mio percorso. Il docufilm, «Una ferita italiana» resta l’opera più importante della mia vita. Trae la sua forza proprio dalla storia di Tortora: per 200 giorni l’ho portato in giro per l’Italia e l’Europa. È stata l’arma del mio riscatto, del mio perdono, un dono capace non solo di denunciare e commuovere, ma di smuovere le coscienze.

Ora sono curioso di vedere come la nostra politica, che si sta confrontando in modo concreto con i vincoli e le opportunità che vengono dall’Europa, ha intenzione di affrontare questo problema drammatico. Bisogna fare in fretta. Se, come scriveva Voltaire, «la civiltà di un popolo si misura dalle sue carceri», allora di civile (e di umano) in Italia è rimasto ben poco.

Fonte: Il Tempo

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