DETENUTI, UN FILM SULL’ERGASTOLO ALLA RICERCA DELLA SPERANZA

Riporto di seguito un articolo a firma di Paolo Foschini per il Corriere della Sera – «Per la vita che facevo non ho visto crescere nessuno dei miei figli. Il più grande l’ho lasciato che aveva sette anni. Oggi ha dei figli anche lui». «Non c’è nessuna scusante nel fare del male agli altri. Io sono qui perché ho un ergastolo». Le facce sono al buio per metà.

La luce viene solo da una parte e dell’intera stanza non si vede altro che quell’altra metà di faccia illuminata per metà, come un Caravaggio.

Bianco e nero, anime a nudo.

Sono gli ergastolani che raccontano la loro storia e la loro vita nel docufilm «Spes contra spem – Liberi dentro» che dopo essere stato presentato al Festival di Venezia è approdato giovedì pomeriggio nel luogo in cui è stato pensato, girato e realizzato: il carcere di Opera.

C’erano quelli che l’hanno fatto, detenuti e non. E c’erano tanti a guardarlo, detenuti e non. Mai abbastanza rispetto a quelli che – detenuti, ma soprattutto non – dovrebbero vederlo. Per sapere qualcosa di più, o anche solo avere qualche spunto di meditazione, su concetti come la colpa, il male, la punizione, la disperazione, ma anche su loro contrario, la coscienza, il bene, il cambiamento, la speranza. In una parola: sull’uomo. Partendo da quel particolare tipo di uomo che dopo aver compiuto una o tante azioni terribili, a volte efferate, si trova con la vita sintetizzata nella frase finale del suo fascicolo di condanna: «Fine pena mai».

Per il film, che già a Venezia aveva fatto parlare tantissimo, quella di giovedì è stata la prima proiezione «pubblica».

Insieme con il regista Ambrogio Crespi — che tanti anni fa ci aveva trascorso da detenuto 200 giorni anche lui, a Opera — c’erano tra gli altri il vicacapo dell’amministrazione penitenziaria Massimo de Pascalis, il direttore del carcere Giacinto Siciliano, il capo degli agenti Amerigo Fusco e il costituzionalista Andrea Pugiotto, e Sergio d’Elia che con Elisabetta Zamparutti e Rita Bernardini rappresentava i vertici di «Nessuno tocchi Caino», l’associazione da cui il film è stato co-prodotto.

E c’erano naturalmente i detenuti che in quei settanta minuti, insieme con agenti e operatori del carcere, raccontano la loro storia: Alfredo Sole, Vito Baglio, Gaetano Puzzangaro, Orazio Paolello, Giuseppe Ferlito, Rocco Ferrara, Ciro d’Amora e Roberto Cannavò. Il titolo «Spes contra spem» è un riferimento alla Lettera di San Paolo ai Romani sulla fede di Abramo che in essa trovò la forza di «sperare contro ogni speranza».

Cioè esattamente la sfida che si trova di fronte un uomo alle prese con un ergastolo «semplice«, se mai ce n’è, ma con un ergastolo ostativo: cioè quello che di speranza non ne prevede nessuna, zero, quello che di galera esci solo da morto. Ma se è così, se speranza non c’è, allora dove sta il principio di recupero che la pena, qualsiasi pena — per diritto costituzionale — dovrebbe avere?

Il film è il racconto di uomini che quella speranza, grazie ai programmi e alle attività di trattamento e recupero seguite in carcere — in qualche modo l’hanno trovata. È il racconto di chi dice «si può». Ed è una testimonianza fortissima anche per chi in galera non sta.

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