CHIEDO SCUSA SE PARLO DI ME

futuro

Di Luigi Crespi – Sono ormai quasi trent’anni che lavoro nel campo della comunicazione. In trent’anni di carriera ho ideato più di cento spot pubblicitari, ho organizzato un numero di eventi che non riesco neppure a quantificare, ho pianificato campagne di comunicazione ad ogni livello, per uomini e donne della politica di ogni orientamento ideologico e per decine di aziende del pubblico e del privato, ho scritto libri, articoli, sceneggiature di documentari. Eppure, in questo paese ossessionato da Berlusconi, tutto quello che ho fatto non conta niente. E molti continuano ancora a definirmi “l’ex sondaggista di Berlusconi”. Anche se sono 6 anni che non mi occupo più di sondaggi. E anche se, ormai da 12 anni, non lavoro più con Berlusconi.
Per carità, non è falso che io sia stato un sondaggista. Ho iniziato la mia carriera con Gianfranco Funari grazie ai sondaggi. Ma si tratta solo di una parte della mia carriera professionale. Ho lavorato per decine di politici, di destra e di sinistra, in Italia e all’estero, seguendo decine di campagne elettorali. Ma tutto questo non interessa, perché quando i giornalisti devono raccontare la mia vita l’etichetta berlusconiana mi resta attaccata addosso come un marchio per il bestiame. Ma capisco che si tratta di stigmate che devo sopportare. E ormai sono abituato a farlo.

C’è qualcos’altro, però, che proprio non riesco a digerire. Cioè il fatto che, ogni volta che si deve scrivere o parlare di qualcosa che mi riguarda, si debba sempre anteporre al discorso, anche se in virtù di una rappresentazione corretta (la chiamano “cronaca”), la mia drammatica vicenda giudiziaria.
Io, di questa vicenda, non ho mai parlato in pubblico. Si tratta di qualcosa che appartiene ai tribunali. E nei tribunali mi sono difeso e ho spiegato le mie ragioni. Quello che è accaduto a me accade a centinaia di imprenditori, ma in tutta questa storia posso rimproverarmi di aver cercato di mettere insieme quattordici aziende, cento milioni di euro di fatturato e quattrocento dipendenti, nel tentativo di quotare una società in borsa. Gli eventi drammatici di quegli anni hanno fatto in modo che questa operazione non riuscisse, ma io – a distanza di tanto tempo – non posso fare altro che mettere in evidenza gli errori che ho commesso: l’eccesso d’orgoglio, la gestione sbagliata di alcune relazioni, la perdita di lucidità nell’affrontare la situazione.

Di fronte alle difficoltà, non sono riuscito a governare gli eventi, forse anche a causa della mia giovane età. Ma non ho rubato soldi o tentato di truffare qualcuno: sono stato un imprenditore che – molto semplicemente – ha fatto il passo più lungo della gamba. E che è inciampato. Non mi sono mai nascosto, ma mi sono difeso con le unghie e con i denti per dimostrare la mia buona fede. Mi ripeto: ho gestito male una situazione di grande difficoltà oggettiva.
Ma comunque si vogliano definire le responsabilità in questa vicenda, si tratta di un errore nella mia vita. E malgrado questo errore io mi reputo un buon padre, un buon fratello, un buon marito e una buona persona. Soprattutto, mi reputo un buon professionista. Sono qualcuno che il suo lavoro – che è nel campo della comunicazione, non in quello dei sondaggi – lo ha sempre fatto bene, come tutti gli hanno sempre riconosciuto.

Cosa avrei dovuto fare, dunque? Smettere di vivere? Smettere di lavorare? Come posso espiare questo mio errore, che viene costantemente strumentalizzato rappresentandomi come un delinquente? Come posso convincere l’opinione pubblica che, nonostante quell’errore, sono e resto una persona perbene? Come faccio, se ogni volta vengo descritto in quel modo?
Io mi ritengo una vittima in questa vicenda, ma questa è soltanto la mia opinione, perché tutto ciò che conta è quello che credono i giudici. Per questo, in appello, dopo una clamorosa condanna in primo grado, ho deciso spontaneamente – e questo non l’ha scritto nessuno – di saldare il fallimento della mia società, liquidando le parti civili e assumendo su di me e sulla mia famiglia tutto il peso economico che mi spettava. Non l’avevo mai detto pubblicamente prima di ora, ma questo è quello che è successo.
Eppure i giudici di secondo grado, nella sentenza con cui sono stato nuovamente condannato (e che la Regione Campania ieri ha pubblicato, per trasparenza), hanno scritto che io avrei versato 27mila euro, ritenendo inadeguata questa cifra. E avrebbero avuto ragione, se non fosse per il fatto che – in realtà – io ho pagato la bellezza di 650mila euro per il fallimento di Hdc. Ed è proprio questo il punto su cui i miei avvocati si concentreranno nel ricorso in Cassazione.
Attenzione, io non ho mai contestato i giudici e non mi sono mai sottratto alle mie responsabilità. Non mi ritengo vittima di un complotto, ma sono vittima di un’ingiustizia. Sono vittima di un mio errore e vittima di chi, su questo mio errore, ha costruito le proprie fortune.

Detto questo, in questi ultimi dodici anni non ho mai accettato incarichi pubblici o candidature, che pure mi sono state offerte. Ho vissuto all’ombra di me stesso, perché provavo vergogna di quello che era accaduto. E ho smesso di fare l’imprenditore, nella consapevolezza che quel fallimento aveva chiuso per sempre la mia carriera di imprenditore.
Resto, però, un professionista nel campo della comunicazione. E con il mio lavoro ho continuato a pagare le bollette e i conti dei miei avvocati. Oltre che i miei debiti. Questa è la mia storia. Quella di una persona che si reputa onesta e che ha avuto un incidente di percorso, che ha pagato perché riteneva giusto dover pagare.
Oggi Stefano Caldoro mi chiede di prestare la mia opera e di mettere in gioco le mie competenze, per la comunicazione della Regione Campania. A Stefano, che è una persona che stimo e che ritengo mio amico, inizialmente ho detto di no. Per proteggerlo dalla prevedibile pubblicazione di articoli di giornali che lo avrebbero accusato di aver voluto vicino a sé un condannato. Lui ha insistito, spiegandomi che non stava incaricandomi di gestire i trasporti o l’amministrazione regionale, ma che mi aveva scelto per i titoli e il curriculum che ho come professionista nel campo della comunicazione.
Ho pensato a lungo prima di accettare, perché se non avessi accettato gli articoli che sono stato costretto a leggere oggi non sarebbero mai usciti. Poi, però, mi sono detto: perché nascondermi ancora? Perché provare ancora vergogna? Ho già pagato (e salatamente) per quello che ho fatto, con dignità. E dopo 12 anni, in attesa della Cassazione, che definirà una volta per tutte il perimetro esatto delle mie responsabilità, è finalmente arrivato il momento di smettere di provare imbarazzo.
Io guardo agli eventi di 12 anni fa con lo stesso distacco con cui osservo le foto pubblicate oggi dai giornali. Questa vicenda, per le sofferenze che ha generato, mi ha profondamente cambiato. Mi auguro, dunque, che dopo tutti questi anni, io possa venire giudicato per quello che riuscirò a fare e non per il passato. Ho accettato questo incarico anche perché spero, finalmente, di essere misurato per quello che valgo e non per quello che qualcuno, in pigrizia o malafede, continua a raccontare di me.

Login

Welcome! Login in to your account

Remember meLost your password?

Lost Password