C’ERA UNA VOLTA LA LIBERTÀ

Ieri, anche Angela Piscitelli ha pubblicato su “Zona di Frontiera” un pezzo in cui parla del mio caso. Lo riporto di seguito.

C’ERA UNA VOLTA LA LIBERTÀ

Di Angela Piscitelli

No, non è più fatta per gli umani, la vecchia Europa. Guardavo con un solo occhio il piemme di Brescia, quello che ha incarcerato stamattina i Veneti e che parlava, con il suo accento sguaiato, di gente come me e come voi come fossero pericolosi delinquenti, di un carro armato pronto a sparare, di inaccettabili crimini. Non hanno perso tempo a schiaffarli in galera, si capisce, con la brava gente è facile. Guardate Ambrogio Crespi, che si è fatto non so quanti mesi dentro. Solo un balordo ha raccontato cazzate su di lui, ma certo, il balordo non è sano di mente, poveretto… proprio come Kabobo, matti da coccolare e come tutti quelli che si incollano l’etichetta “ultimi” per poter far del male agli altri, indisturbati. Nel nostro Occidente, dove il sole non brilla più, c’è un sopra e un sotto: il sopra autocratico, che fabbrica divieti per gli altri e ricchezze per sè, e un sotto che delinque in tutta tranquillità sotto l’ombrello della demagogia. In mezzo ci siamo noi, a cui ogni cosa è proibita. Hai la patente, se ti scordi un giorno la cintura, ti appifferano una multa e ti tolgono i punti. Quelli che girano senza la patente, indisturbati, possono ammazzare chi vogliono senza che nulla accada; devi avere un’assicurazione, che assicura solo le casse della medesima, visto che se uno ti arriva addosso e ti sfascia la macchina, dice che ha ragione e se ti va bene devi fare metà e metà. Dopo ti aumenteranno il premio! Si! Si chiama pure premio! Quelli invece che la patente non ce l’hanno e manco l’assicurazione, si possono divertire a piacimento. Poi ci sono le macchine senza obbligo di patente, perché è il mercato che lo chiede. Con quelle puoi fare veramente ogni cosa, sono in compenso molto più pericolose di una Ferrari Testarossa, guai a incrociarne una. Chissà se qualcuno ha mai fatto il calcolo di quanto costi all’utente l’assicurazione obbligatoria: ce n’è da risarcire l’Australia intera.

Lo stato ti vende le sigarette, però non ti fa fumare in pace: ti mette sui pacchetti immagini terrificanti, ti dice che morirai presto fra le più atroci sofferenze, e allora perché ha il monopolio su quest’arma mortale? La sigaretta è un piacere: se te lo intorzano, che piacere è? Lo stato biscazziere manda le avvertenze in tivì come quelle dei farmaci: alla velocità della luce; e intanto incassa, incassa.

Per sopravvivere devi riempire cartacce di ogni specie, ti chiedono ogni informazione, peggio dell’inquisizione; per pagare le tasse devi pagare la sovratassa del fiscalista perché da solo è troppo difficile, ma se lui sbaglia, sono cazzi tuoi. Siamo senza una lira, però ogni giorno ti chiamano da dovunque, pure da Timbuctù per venderti di tutto, a ogni ora. Aspetti una telefonata importante, sei obbligato a rispondere, ed ecco che ti tengono ore senza mollarti, per venderti un calzascarpe intelligente, il depuratore per l’acqua del rubinetto che è avvelenata, ti raccontano che hai vinto una macchina, un concorso di bellezza, un marito superdotato se però corri a comprare una poltrona al tale indirizzo. Milioni di occupati sottopagati per irrompere ogni giorno nella tua vita, per guastarti il pranzo, per toglierti il tempo con le chiacchiere, l’apologia dell’inutilità di un lavoro e di un costume, il tutto mentre il patrimonio storico, artistico, monumentale, putrefa e muore. Siamo persone? No, non lo siamo più, siamo numeri, codici fiscali, tessere sanitarie, cartelle esattoriali, vietato avere ideali, vietato rimpiangere le vecchie famiglie di una volta, vietato carezzare i bambini. Ogni giorno si coniano neologismi osceni che insozzano le nostre antiche splendide lingue: omofobia, femminicidio ed altri che verranno. La macabra fantasia degli autocrati ne ha per tutti, l’importante è colpevolizzarci per convincerci che questa porcheria che chiamano società è farina del nostro sacco e deve piacerci per forza. Siamo controllati a vista, noi di mezzo. Avete un telefono portatile? Provate a passare una frontiera: subito lui, il malefico oggetto, vi dice: benvenuti a Culonia! Avete bisogno di una banca? Di un hotel? Di una donnina allegra? Di un caffè? Non si preoccupano nemmeno di fingere di lasciarci in pace. Nel Medio Evo dovevano stare molto meglio.

Siccome fanno in modo di occupare tutto il nostro tempo, e di mantenere alto il nostro terrore di tutto, non abbiamo più tempo per pensare. E non facciamo caso al fatto che un tempo, siamo stati uomini, donne, bambini ed era meraviglioso, perché ciascuno conservava, pur nelle traversie d’una vita dura e difficile, la coscienza di essere un unico e di incrociare sguardi e cuori di altri unici, fossero anche nemici: ti uccidevano guardandoti negli occhi, non nascondendosi nelle stanze dorate col telecomando. Gli ideali, i sogni, le vittorie e le sconfitte che fondarono con il pensiero ed il sangue le Nazioni sono scomparsi. Oggi tutto si fa e si disfa a tavolino e sul tavolino, tanti piccoli oggetti: noi. Ci dicono: “la giustizia deve fare il suo corso”. Ma chi diavolo è, la giustizia? Ogni mentecatto ha il suo nome e cognome, il bello della dittatura è che per intrappolarti declinano le tue generalità, ma se si tratta dei diritti gli autarchi sono tutti senza volto. Non si chiamano “pincopallo” ma “giustizia”, “burocrazia”, “politica”.

Insozzati e vilipesi noi, morti viventi nella massa; insozzati e vilipesi ma vivi, sono rimasti i luoghi. E nella nostra sconfinata incolmabile solitudine sono loro a farci ricordare, con la potenza di una immagine che non si piega, che era solo l’altro ieri, ed eravamo, mentre ora non siamo più. I Veneti hanno San Marco negli occhi come io, nei miei, ho la Napoli della mia giovinezza. Non ci saremmo sognati, né io, né loro, di rivendicare un’autonomia, se ci fossero ancora le Patrie. C’era una volta la libertà.

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