AFFARITALIANI.IT: DOCUFILM SU TORTORA CENSURATO A ROMA. E LE RAGIONI NON SONO CERTO NOBILI

“Che cosa resta di questa ottava edizione del Festival internazionale del cinema di Roma sui media, sui giornali, alla tv, sul web? Niente, assolutamente niente. Tranne il mio docufilm sul caso Tortora che il bravissimo direttore artistico della manifestazione, Marco Muller, ha deciso di censurare, di non ammettere alla sezione documentari, di fatto appaltata alla Rai (sette documentari su nove in concorso), e che, invece, stasera alle 19 viene proiettato alla Camera e, poi, in seconda serata su Canale5, durante il programma Matrix di Luca Telese, e tra qualche giorno andrà perfino nella grande sala dell’Ara Pacis, a Roma, per espressa decisione del sindaco Marino. Mi verrebbe da dire, grazie, Muller, grazie!”.

Diciamo la verità: ad Ambrogio Crespi, il giovane regista di “Tortora, una ferita italiana”, alla sua prima prova cinematografica (dopo anni di buon lavoro nel mondo degli spot pubblicitari: sono opera sua, per esempio, i 30 secondi di Birra Peroni e il balletto di una saltellante Hunziker per Tic Tac), forse, non poteva andare meglio. E, francamente, suona strano che un uomo di esperienza come Muller, per anni alla guida del Festival di Venezia prima di approdare a Roma, non si sia reso conto che censurare un film sulla vicenda Tortora, che è la metafora per eccellenza della malagiustizia italiana, sarebbe diventato assai più di un semplice incidente di percorso, ma un vero caso politico-mediatico e per di più bipartisan come dimostra il fatto che a chiedere la proiezione del film alla Camera sono stati ben cinquanta parlamentari, tra deputati e senatori, sia del PdL sia del Pd.

Per capirlo bisogna ricostruire il backstage dell’esclusione così come lo racconta lo stesso Ambrogio Crespi ad Affari Italiani: “Ho lavorato per tre mesi al documentario, un investimento di circa 58mila euro interamente sostenuto dalla società dove lavoro, Datamedia. A settembre invio un premontato allo staff di Muller. Il primo giudizio è lusinghiero, mi dicono che, forse, è un prodotto “troppo alto” (rispetto a che?, mi chiedo ora), ma non sospetto affatto che dietro quel “troppo alto” si sta preparando l’esclusione. Al punto che preparo una cassetta in formato DCP che è quello utilizzato per le proiezioni nei festival”.

E poi?
Poi, d’improvviso, il no.

Con quali motivazioni?
Quelle ufficiali, che il documentario è troppo corto, 50 minuti invece dei 60 minimi per un prodotto cinematografico, che non contiene nessuna novità sul caso Tortora, che non c’è nessun anniversario che possa, al limite, giustificare l’ammissione al Festival.

E quelle vere?
Ci hanno fatto capire che, così com’era montato, con la sola intervista al giudice Carnevale, una bestia nera della sinistra giudiziaria com’è noto, il documentario era un attacco alla magistratura. Ma quello era solo un premontato perché nell’edizione definitiva, oltre al giudice Carnevale, parla anche il giudice Petitto e si vede lo stesso Tortora che, nel suo ultimo discorso al Parlamento Europeo, prima delle sue coraggiose dimissioni, riconosce il valore della gran parte della magistratura italiana e accusa solo quella minoranza che ha fatto, e continua a fare tutt’oggi, della funzione giurisdizionale uno strumento di potere, un terribile strumento di potere.

Insomma, Muller e i suoi non hanno capito che il suo docufilm era una denuncia della malagiustizia.
Forse non hanno voluto correre il rischio delle inevitabili polemiche. Altrimenti come interpretare quell’altra spiegazione, anche questa sussurrata all’orecchio, secondo cui nel film c’era troppo spazio al partito radicale?

Forse la parola d’ordine era: niente grane al Festival.
E invece è successo il contrario: la grana è scoppiata e Muller ha provato a metterci una pezza offrendomi la possibilità di proiettare il film in una delle sale del Festival, ma senza nessun coinvolgimento dell’organizzazione, senza un comunicato, niente. Come a dire: ospiti (indesiderati).

Naturalmente lei non poteva che rifiutare.
Ovviamente. Mi dispiace per Muller, ma il mio Tortora stasera è in anteprima alla Camera, nei prossimi giorni sarà proiettato all’Ara Pacis per espresso desiderio del sindaco Marino e presto lo si potrà vedere in tv.

Alla Rai?
Scherza? La Rai è stata la più forcaiola nelle cronache dell’epoca, basta rivedere come ho fatto io, tutti i notiziari di allora. Tortora, una ferita italiana si vedrà su un canale privato.

Su una rete Mediaset?
Guardi, se lei pensa che il mio film sia tutta un’operazione filoberlusconiana sbaglia di grosso. Tortora è un eroe italiano, niente a che vedere con le vicende del Cavaliere. Nel mio film si vede Tortora, ormai scagionato definitivamente da tutte le accuse dalla Corte d’Assise d’Appello di Napoli ma con la salute malferma, che consegna al suo intervistatore parole quasi socratiche: “Trovo indecoroso che un politico, inquisito, si faccia scudo del suo seggio e della sua carica pubblica”. Ha bisogno di altre prove?

Fonte “Affaritaliani.it”

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