ADDIO “ANGELONE”, UOMO BUONO CHE HA SAPUTO REAGIRE AI DOLORI DELLA VITA

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Di Bobo Craxi- Commetterebbe un errore chi pensasse che la vita di un rampollo Rizzoli, la grande famiglia milanese dell’editoria, sia stata una passeggiata. Cosi non è stato. Angelo, per tutti gli amici Angelone, ha avuto un’esistenza travagliata sin da giovane ed è quasi un miracolo che Egli abbia potuto vivere così tanto al netto delle sofferenze fisiche e morali indicibili che ha patito.

Se n’è andato in un ospedale, dentro e fuori dagli ospedali ha vissuto l’esistenza per quella malattia senza scampo che si porta appresso sin da ragazzo. E in ospedale, perfino piantonato, ha subito l’umiliazione dei primi mesi di quest’anno.

Angelo, che ha preso il nome dal capostipite geniale della Famiglia Rizzoli, venne travolto negli anni Ottanta dalla vicenda che colpì il suo gruppo. Troppo giovane e forse troppo ingenuo per difendersi dallo spericolato e compromesso Tassan Din, dalle lusinghe di colui che si presentava come il padrone di mezza nazione, Licio Gelli, dagli sciacalli della concorrenza torinese e da una magistratura che inaugurò il rito ambrosiano proprio con la questione “Rizzoli-Corriere della Sera”.

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Lo ricordava spesso Angelone a noi tutti, ma pochi davano conto delle sue profezie immaginando che la vittima di una disgrazia giudiziaria vaticinasse il peggio per consolarsi del proprio destino.

Angelone, così giovane, già distillava schegge di saggezza, di prudenza, mortificato come fu, per il resto della vita, dall’essersi improvvisamente ritrovato dalla condizione felice di un rampollo del capitalismo italiano alla figura derelitta di colui che ha perso tutto nell’ignominia. “C’erano persone che quando mi vedevano a Milano, per non salutarmi, cambiavano marciapiede…”, mi raccontava sconsolato.

Abbandonata la Milano di via Solferino, dei ricordi del Milan di Nordhal e Liedholm comprati da suo nonno Angelo, trovò riparo e seconda vita a Roma, quando naufragò il suo primo matrimonio con la moglie Eleonora.

Amante del cinema, cercò e trovò nuova fortuna nel nuovo cinema televisivo. Solidarietà e amicizie non tornarono a mancare perché Angelone era innanzitutto un uomo saggio, colto e di talento. Si tolse delle soddisfazioni nella vita pubblica ed in quella privata quando conobbe Melania, bella ed intelligente medico romano. Tuttavia per Angelone il tarlo di aver perduto tutto, di aver conosciuto la tragedia di una famiglia dispersa e spezzata (la sorella Isabella si tolse la vita tragicamente) rappresentavano quella malinconia e quel male oscuro che non riusciva a guarire.

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Come il nonno Angelo, grande giocatore di bocce amico e finanziatore del Psi Nenniano prima e dopo la guerra, anche il nipote era amico dei Socialisti che ricambiavano con il medesimo affetto sincero. Angelone amava la politica pur disprezzando i politici come vuole una certa aristocrazia meneghina. L’affetto per Angelone era tuttavia sincero e ricambiato, adoravo in lui il suo gioviale cinismo, mai cattivo, la sua immensa cultura, la sua ironia a volte amara, la sua generosità, la sua capacità di introspezione nella vita degli individui, un Nero Wolfe che dal suo stato di quasi infermità era in grado di classificare uomini e donne e la sua capacità di prevedere e capire eventi italiani ed internazionali mutuando questa visione dalla sua passione per la Storia.

Era un piacere stare con lui, guardare le partite del nostro Milan, canticchiare le vecchie canzoni milanesi, “sentir el me dialet” come cantava D’Anzi per noi, emigrati a Roma che avevamo nostalgia di Milano.

Angelone non ha saputo resistere all’ennesima vicenda giudiziaria che lo ha riguardato, costretto a nuova galera, nuovo ospedale e nuovi domiciliari. Storia di fatture, di fornitori reclamanti, insomma poco a che vedere con le necessità di custodia cautelare. Ma questa è un’altra storia.

Per un uomo che ha cercato di rifarsi una vita, ricreando un piccolo nuovo mondo per non rimpiangere quello vecchio, rianimando cenacoli mondani e culturali, riallacciando rapporti sociali per non disperdere il valore ed il patrimonio di ciò che i Rizzoli sono stati nel nostro paese l’ennesima umiliazione è stata dura da digerire e sopportare.

Angelone lascia tre figli maschi, bravi, intelligenti e tenaci. Ciascuno di loro ha preso qualcosa dalla genetica familiare. Sono sicuro che la dinastia dei Rizzoli non si arresterà. È questo il lascito più bello che Angelone consegna. A chi lo ha conosciuto e gli ha voluto bene resta la grande soddisfazione di aver visto un uomo buono e speciale, un uomo giusto che ha lottato con intelligenza ed ironia le avversità della vita, con l’orgoglio di appartenere a una grande famiglia che cambiò il nostro paese.

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